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LE OMBRE

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“In un ritratto che sia il più fedele possibile alla realtà, le ombre non sono meno importanti della luce”.
Jane Eyre, Charlotte Bronte

Come non essere d’accordo con Jane Aire quando, nel libro di Charlotte Bronte e nell’omonimo film di Zeffirelli, pronuncia questa verità. È la luce stessa a creare le ombre che diventano parte fondamentale di un disegno, di un dipinto, di una fotografia ma anche di un progetto architettonico o di design.
La teoria delle ombre è infatti una parte della geometria descrittiva che si occupa di rappresentare, oltre ad un solido, l’ombra prodotta dal solido rispetto ad alcune fonti di luce e la sua osservazione in natura permette allo studente di architettura di comprendere la maggior parte dei concetti della geometria descrittiva.

Non c’è oggetto che non produca un’ombra, non c’è uomo senza il suo lato oscuro, nascosto, intimo. Perché l’ombra è riparo ma anche prolungamento di noi stessi: ci allunga, ci accorcia, ci ritaglia o ridisegna, definisce i nostri profili, ci segue. È il nostro contorno, la nostra cornice. Il nostro pieno. Nero. E non possiamo non tenerlo in considerazione perché dice di noi tanto quanto ciò che di noi è illuminato e si vede alla luce del sole. È una zona d’ombra cieca e muta che però ci guarda e racconta di noi.

E magari si palesa al tavolo di un bar, disinibita da qualche calice di vino in più… perché si sa, in vino veritas e raccontarsi diventa più facile. E chissà, forse è proprio per questo motivo che nelle osterie venete si ordinano ombre e non bicchieri di vino…

No, non è questa la spiegazione e così siamo andati a cercarla… Tra le leggende che raccontano da dove derivi il termine dialettale “ombra de vin”, quella più suggestiva parla di un’antica consuetudine veneziana.
Si narra infatti che, tanti anni fa, a Venezia in piazza San Marco, nei mesi estivi era possibile trovare qualche venditore ambulante di vino che, per sua comodità e anche per richiamare i clienti, spostava il suo banchetto di mescita seguendo l’ombra che il campanile faceva sulla piazza con il trascorrere delle ore. Era nata quindi la consuetudine di dire andiamo in piazza all’ombra, a berci un bicchiere di vino fresco. Da qui a dire andiamo in piazza a berci un’ombra il passo fu naturale e logico.

Com’è naturale e logico per noi di elite, TO BE parlare di ombre che ci fanno compagnia lungo il viaggio, siano esse la nostra o quelle al bancone di un bar.


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